Intervista a Francesco Aliperti Socio Fondatore di Archeoares snc

Intervista a Francesco Aliperti

Socio Fondatore di Archeoares snc

 

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ArcheoAres snc, l’archeologia vista da un’altra angolazione.

 

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In Italia, nonostante tutto, è ancora vivo il clichè che definisce l’archeologia un hobby, divertente ma improduttivo, sebbene non sia così.

Voi avete avviato un’ attività nel settore cultura con un’impostazione professionale aziendale, perché questa scelta e quali sono le difficoltà che incontrate, nel nostro paese, a fare impresa?

 

«Nel momento in cui abbiamo scelto il nostro percorso universitario avevamo già evidentemente (anche se in parte inconsciamente) pensato all'archeologia, e più in generale ai BB.CC., come ad un possibile settore lavorativo.

Coerentemente con questa impostazione, dopo aver scelto di operare come privati, non potevamo fare altro che costituirci in forma di impresa poiché il nostro fine dichiarato, come in tutti i lavori, è quello anche di trarre degli utili.

E' vero tuttavia che, come dicevi, l'archeologia è spesso vista come un divertente passatempo, numerose sono infatti le associazioni che stanno a dimostrarlo, ed infatti una delle maggiori difficoltà che abbiamo riscontrato a livello di comunicazione è stato il marcare la differenza tra professionisti e dilettanti, specie in presenza di riconoscimenti da parte di enti pubblici. Certo è che se lo stato, la provincia, i comuni continuano a spingere le associazioni sarà sempre una chimera il lavoro nel settore BB.CC. (a meno che per lavoro non si intenda un compitino pagato mediante rimborso spese)».

 

In Italia la cultura è svalutata, gode di scarsa attenzione ed è considerata un fanalino di coda, seppure il nostro paese sia ricco di storia, arte, archeologia e creatività. L’arte e la cultura sono punti di forza che, al contrario di quanto si dica, producono un volano economico con ricadute nel micro e nel macro, a breve, medio e lungo periodo. Nonostante tutto i governi, oggi come in passato, paiono non accorgersene.

Volete spiegare perché la cultura è ricchezza e fonte di buona economia che va valorizzata, sostenuta e spinta verso la crescita?

 

«Ho in parte risposto a questa domanda con la precedente.

Mi preme però chiarire una cosa: mi sembra che ad oggi un settore guadagni posizioni ed importanza sugli altri solo quando riesce a produrre ricchezza, posti di lavoro, benessere.

Per raggiungere questi obiettivi mi sembra che sia utile in generale non tanto (o non solo) un investimento economico da parte dello stato, quanto la capacità di favorire la nascita di realtà private che abbiano come obiettivo il profitto (e conseguentemente liberare questo termine dalle connotazioni negative che spesso lo accompagnano quando si applica al nostro settore).

Credo fermamente che pagare un privato in modo “salato” e spesso ingiustificato per rendere un servizio presso un museo ad esempio sia uno sperpero di denaro pubblico, mentre metterlo in condizione di operare al fine di trarre vantaggio economico potrebbe addirittura far guadagnare lo stato sul medio-lungo periodo.

In conclusione credo che serva una rivoluzione culturale più che un aumento di spesa».

 

Concordo pienamente, anche sul significato di “profitto”, che è il fine ultimo e giusto di ogni attività lavorativa umana.

Archeoares offre una complessa gamma di servizi, che spazia dall’assistenza in fase di scavo all’editoria, quanto è importante diversificare l’offerta per conquistare il mercato e quanto contano, per essere competitivi in tempi di crisi, l’innovazione e il rischio imprenditoriale?

 

«Naturalmente diversificare è sempre una buona cosa, serve ad essere “coperti” in tempi di crisi di qualche settore e con i guadagni derivati da quelli che “tirano” si riesce a restare competitivi. Noi abbiamo scelto di occuparci principalmente di gestione museale ed editoria ma operiamo anche nel settore dell'organizzazione eventi e della formazione.

Per quanto riguarda la tecnologia mi sembra naturale sfruttare tutto quello che la scienza ci mette a disposizione adattandolo alle esigenze dei BB.CC.

Il rischio infine è connaturato all'impresa, si cerca di guidarlo, studiarlo, limitarlo ma le decisioni vanno prese prima o poi. D'altronde fondare nel 2004 (a 24 anni e con due soci di 25) una ditta che operasse come realtà privata al 100% nel settore dei BB.CC. è stato un bel rischio, no?».

 

Bruno-Blanco Bruno Blanco Gianpaolo-Serone Gianpaolo Serone

Soci fondatori Archeoares snc

 

Un bel rischio da “imprenditori” veri, secondo la definizione Keynesiana del termine, in un campo poco avvezzo al privato al 100%.

Vi occupate anche di formazione in materia archeologica, andando anche nelle scuole. I giovani come rispondono alla materia, subiscono il fascino del passato e vedono ancora nei beni culturali un’opportunità concreta per il loro futuro?

 

«Sicuramente i ragazzi hanno reazioni diverse a seconda degli interessi e delle scuole che frequentano. In generale però ritengo che siamo riusciti spesso a suscitare un interesse per la materia “storia”, oltre che per l'archeologia in particolare, che normalmente non viene apprezzata. Per quanto riguarda le loro scelte future è difficile dire cosa faranno, sull'onda dell'entusiasmo del corso diventerebbero tutti archeologi o storici dell'arte, ma emerge sempre una grande confusione riguardo i loro progetti per il futuro. La chiarezza degli obiettivi non è troppo di moda di questi tempi in questo paese».

 

Archeoares è anche Editore nel campo degli e-book (narrativa, poesia, saggistica), perché avete deciso di inserirvi nel mercato editoriale?

 

«La scelta dell'editoria è stata una vera scommessa. Avevamo idee a riguardo da molti anni che riaffioravano periodicamente, poi nel 2010 abbiamo deciso di partire. Naturalmente con il nostro modus operandi: niente fondi pubblici, ogni libro una scommessa fatta non solo di valutazione del testo ma di analisi del mercato potenziale etc.

Ovviamente non potevamo tralasciare gli e-book oltre il cartaceo perché il nostro proposito è quello di lanciare il marchio e restare al passo con i tempi. A livello tecnologico ci stiamo sempre più attrezzando e fra poco ci saranno belle novità. Ne sarai prontamente informata ovviamente».

 

Questa è una bella notizia, crescere e sviluppare nuovi prodotti e nuovi mercati sono segnali positivi che illuminano un po’ l’oscurità dalla crisi.

 

Qual è la vostra opinione su questo settore produttivo in Italia, secondo la Vostra personale esperienza nel campo?

 

«Nella prime domande ho in parte già affrontato il tema. Ma ne approfitto per ribadire un concetto che mi sta a cuore. Secondo me nell'editoria, nella gestione museale ed altro i costi per lo stato dovrebbero essere ridotti al minimo. Lo stato dovrebbe limitare i suoi interventi come arbitro sopra le parti che si affrontano in un regime di libero mercato.

Creare strutture pubbliche o semi-pubbliche, finanziare società, associazioni e cooperative che vivono solo con il contributo statale droga il mercato, impedisce la crescita di chi lavora sul serio e genera una finta occupazione che è in realtà un ammortizzatore sociale pagato dai settori produttivi in attivo. Conseguentemente si è portati a considerare come secondario il settore cultura. E non potrebbe essere altrimenti.

Gli unici aiuti che vedo come importanti sono la semplificazione normativa (come credo in tutti i settori) e un aiuto economico dato in fase di start up ad imprese valutate grazie a business plan credibili. A tal riguardo voglio sottolineare che è importante modificare il modo in cui in generale i fondi vengono erogati, cioè dopo averli anticipati. Questo sistema rischia di finanziare non la migliore idea ma quella di chi ha qualcuno alle spalle che può sostenerlo.

Si rischia paradossalmente di render più facile il reperimento di fondi ad una ditta di nuova costituzione con a capo il figlio del proprietario della società leader del mercato, rispetto ad una innovativa senza particolari garanzie. Anche questi fondi rischiano di essere dunque dispersi o confusi con gli ammortizzatori sociali».

 

La penso come te, per dare davvero un valore economico reale alla cultura bisogna ragionare in termini business, perché si tratta sempre di costi, ricavi, benefici, prodotti e servizi concreti in risposta ad una domanda forte, tanto da poter essere definita “bisogno primario” per la società contemporanea.

 

Gli e-book sono una straordinaria opportunità, a mio parere, per dare visibilità alle nicchie e più potere ai lettori, che possono scegliere senza condizionamenti letture oltre le logiche delle grandi case editrici.

In campo artistico e archeologico, invece, c’è ancora una certa reticenza nei confronti del libro digitale, meno amato dell’edizione cartacea. L’e-book, invece, è un’ottima via per arrivare in modo più diretto e veloce al pubblico e per la diffusione dei dati scientifici in tempo quasi reale, prima di giungere ad una pubblicazione finale e completa. Siete archeologi e pubblicate e-book archeologici e d’arte, qual è il vostro punto di vista in merito?

 

«L'e-book costituisce una grandissima opportunità per tutti i motivi che hai appena elencato. Questo vale per tutte le pubblicazioni ma in misura sicuramente maggiore per quelle finalizzate allo studio.

Mi stupisce che nel settore dell'arte siano ancora relativamente poco diffusi perché credo che la possibilità di vedere ad alta risoluzione un'immagine potendo “zoomare” costituisca per gli interessati alla materia una opportunità incredibile.

Tuttavia le nostre vendite vedono ancora preferito il libro cartaceo e la maggior parte degli e-book risulta acquistato da pubblico anglofono, il che testimonia un certo ritardo per l'Italia ma anche una speranza di diffusione futura».

 

Quanto è importante, per la promozione e per l’ampliamento della propria rete di conoscenze e di opportunità, essere presenti sul Web?

 

«Fondamentale. Per farti un esempio molti dei nostri autori ci hanno contattato via social network e sottoposto le opere via e-mail. E noi stessi sfruttiamo molto il web per promuovere sia le pubblicazioni sia in generale l'attività di ArcheoAres.

Questa stessa intervista ha avuto luogo grazie alla grande attività svolta sul web dal nostro ufficio stampa».

 

La vostra ricetta per sfruttare la crisi a proprio vantaggio, facendola diventare un’opportunità vincente.

 

«Le crisi sono momenti di cambiamento, a livello mondiale e locale, ma possono anche essere momenti di grandi opportunità. L'Italia è in questo momento al centro della crisi e l'Europa ci sta obbligando a fare ciò che per comodità non siamo riusciti a fare da soli.

Liberalizzare, e non solo privatizzare che è cosa ben diversa, e spendere meglio i soldi pubblici.

Noi non aspettiamo altro che veder aprire finalmente il mercato e giocarcela con le altre ditte.

Non è detto che il risultato ci favorisca ma come dicevo prima il rischio fa l'impresa».

 

barbara_cingalese

 

 


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